La guerra allo stato più giovane
Khartoum dice che le sue forze hanno lasciato la zona di Abyei, al confine con lo stato del Sudan del sud, territorio conteso fin dalla proclamazione del nuovo stato, nel luglio dell’anno scorso. Fonti dell’Onu confermano che l’esercito sudanese del presidente Omar al Bashir (sul quale pende un mandato di cattura sempre dell’Onu) si è ritirato, così il leader del Palazzo di Vetro, Ban Ki-moon, si dichiara soddisfatto per “il ritiro completo”, salvo poi chiedere al governo del Sudan di “ritirare tutte le forze presenti, anche quelle della polizia”.
10 AGO 20

Khartoum dice che le sue forze hanno lasciato la zona di Abyei, al confine con lo stato del Sudan del sud, territorio conteso fin dalla proclamazione del nuovo stato, nel luglio dell’anno scorso. Fonti dell’Onu confermano che l’esercito sudanese del presidente Omar al Bashir (sul quale pende un mandato di cattura sempre dell’Onu) si è ritirato, così il leader del Palazzo di Vetro, Ban Ki-moon, si dichiara soddisfatto per “il ritiro completo”, salvo poi chiedere al governo del Sudan di “ritirare tutte le forze presenti, anche quelle della polizia”. A parte il pasticcio letterale, appare chiaro che ci sia qualche ritrosia – per usare un eufemismo – da parte di Bashir nel lasciare una terra che considera sua. Il ministero degli Esteri di Khartoum dice che non ci sono forze di polizia e aggiunge: “Abbiamo soltanto un esercito, e lo abbiamo ritirato, secondo gli accordi”. Il Sudan del sud non la pensa allo stesso modo: ci si era accordati per un ritiro entro il 16 maggio, come imposto dall’Onu dopo le violenze di marzo e aprile (e dalla risoluzione che ha dato vita allo stato del Sudan del sud, dopo il referendum sull’indipendenza e una guerra civile durata decenni), ma soltanto il sud ha dato seguito al patto.
La questione è rilevante per un motivo semplice: il petrolio. Il distretto di Heglig, su quel confine, ne è ricco, come buona parte del Sudan del sud, ed è per questo che le lotte sono sempre state così violente. Bashir ha fatto costruire, negli anni Novanta una pipeline lunga 1.600 chilometri per succhiare dal sud tutto il petrolio, ma ora che è nato un nuovo stato quella strategia di rifornimento è al collasso.
Il problema più grave però riguarda la comunità internazionale. Nonostante le rassicurazioni e i toni concilianti, Khartoum ha tentato fin dall’inizio di boicottare prima le mire indipendentistiche del sud poi lo stato stesso. Si contano già centinaia di vittime in questa guerra sotterranea e prevedibilissima. I confini non riconosciuti e la dipendenza energetica erano due elementi chiari a tutti gli interlocutori, soprattutto agli americani che sono stati i più decisi – sotto Bush – a volere la separazione. Oggi non esiste più una strategia, e quel che era prevedibile e previsto è diventato ingestibile.
Il problema più grave però riguarda la comunità internazionale. Nonostante le rassicurazioni e i toni concilianti, Khartoum ha tentato fin dall’inizio di boicottare prima le mire indipendentistiche del sud poi lo stato stesso. Si contano già centinaia di vittime in questa guerra sotterranea e prevedibilissima. I confini non riconosciuti e la dipendenza energetica erano due elementi chiari a tutti gli interlocutori, soprattutto agli americani che sono stati i più decisi – sotto Bush – a volere la separazione. Oggi non esiste più una strategia, e quel che era prevedibile e previsto è diventato ingestibile.